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ATTUALITÀ - IL PAPA IN SINAGOGA

La doppia asimmetria
di un dialogo necessario

di Brunetto Salvarani
  

Una giornata particolare, come il titolo di un film famoso, su cui bisognerà riflettere a lungo, quella del 17 gennaio 2010. Lo faccio, per ora, a caldo, a poche ore dall’avvenimento, a partire da quelli che mi sembrano i due elementi chiave dell’incontro fraterno tra il vescovo di Roma e la comunità ebraica di quella stessa città.

Il primo: esso avviene sì a 45 anni da Nostra Aetate e a 24 dall’abbraccio storico tra Giovanni Paolo II e rav Elio Toaff (come sa l’autore di un’opera prima divenuta best-seller, la critica l’attende al varco, poco benevola, alla seconda), ma soprattutto dopo oltre 19 secoli di insegnamento del disprezzo. Il secondo, non banale, è che l’evento si è tenuto, senza problemi e con reciproca soddisfazione, nonostante i tanti, giustificati timori della vigilia. Dopo un tempo fitto d’incidenti (termine tecnico per la comunicazione interculturale), i successori rispettivamente del Papa polacco – che a Mainz il 17 novembre 1980 aveva descritto gli ebrei quali destinatari di una «alleanza mai revocata» – e di rav Toaff – unico vivente citato nel testamento spirituale di Wojtyla – si sono incontrati direttamente e solennemente. Giocando, rispettivamente, fuori casa e in casa, e ottenendo l’esito massimo nell’odierna congiuntura dei rapporti interreligiosi (inquinata da revisionismi fondamentalisti in molte parti del pianeta): vale a dire un’apertura di credito non illimitata ma sicura, da parte cattolica; e l’assicurazione che dalla svolta conciliare e dalla fine dell’antigiudaismo cristiano non si tornerà indietro, da parte ebraica. L’esito massimo anche perché, ha detto rav Di Segni, «più delle istituzioni forse contano le memorie, le biografie di ognuno».

L'esterno della Sinagoga di Roma, vista da Lungotevere dei Cenci.
L’esterno della Sinagoga di Roma, vista da Lungotevere dei Cenci
(foto A. Giuliani/Catholic Press Photo/ Periodici San Paolo).

Accanto a queste due travi portanti, servono altri tre punti per cogliere la portata, comunque innovativa, di quanto è accaduto. Si deve infatti rammentare che, nella gestione di un conflitto – e di conflitto si tratta, segnato da tappe dolorose, dalla riabilitazione di un vescovo negazionista all’invenzione di una preghiera del Venerdì Santo che torna sulla necessità ebraica della conversione a Cristo – è vitale nominare apertamente il problema. Va dato atto al presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, l’aver osato pronunciare il nome di Pio XII, motivo primo del contenzioso, e a Papa Ratzinger l’aver ammesso che, tra i cattolici, all’epoca «purtroppo molti rimasero indifferenti». Un dialogo (finalmente) senza coccole, avrà pensato il cardinale Walter Kasper.

Ancora: sarebbe una lettura fuorviante paragonare le assenze ebraiche alle tristi contestazioni lefebvriane, culminate in una messa riparatrice: perché è sulla qualità del dialogare, non certo sulla sua necessità, che figure storiche del cammino dialogico come rav Laras e l’ex presidente dell’Ucei Luzzatto hanno avviato una (sana) dialettica pubblica. Infine, l’allargamento dell’abbraccio a mo’ di trialogo, aprendo ai musulmani disponibili, come si è auspicato dal comparto ebraico: da un lato, constatando positivamente la novità di altri protagonisti dell’universo religioso italiano, messi nell’angolo da una pessima immagine mediatica; dall’altro, però, rischiando di annacquare la specificità unica dei rapporti fra cristiani ed ebrei. Perché, quando si dice che il dialogo è appena iniziato e deve andare oltre, si ipotizza un lavoro di revisione/approfondimento che non può esaurirsi in alcuni decenni, interessando tutta la teologia, la storiografia, la liturgia della Chiesa: obiettivo che può essere affrontato solo se il cristiano mantiene salda la fede nel suo Signore e si fa umile di fronte ai suoi fratelli maggiori.

In quest’ottica, è evidente – ed è emerso, a occhi attenti, anche in questa importante occasione – che il dialogo cristiano-ebraico ha sofferto e soffre ancora di una doppia, paralizzante asimmetria. La prima, ammessa da fautori e detrattori, sta nella constatazione che esso è necessario per il cristiano, ma non per l’ebreo. Ciò perché, mentre il cristianesimo senza rapporti con l’ebraismo manca di radici e linfa che lo fanno vivere, l’ebraismo, in virtù del dono della Torah e dello speciale legame che lo stringe a Dio, non abbisogna del cristianesimo per fondarsi e comprendersi.

Il Papa, il rabbino Di Segni e le altre personalità all'interno del Tempio maggiore.
Il Papa, il rabbino Di Segni e le altre personalità all’interno
del Tempio maggiore
(foto Osservatore Romano/Eidon).

La seconda nasce dal fatto che il dialogo deve derivare da un altro dialogo che lo precede, interno alle due fedi. Il dialogo, infatti, non si dà fra cattolici (ossia: cattolicesimo) e rabbini (ossia: ebraismo rabbinico), ma fra cristiani ed ebrei. Se così stanno le cose, occorre un percorso ecumenico che metta a confronto, qui, le diverse confessioni cristiane, e là un dibattito fra ebraismo in terra d’Israele e diaspora, fra ebraismo laico e religioso. Senza tali presupposti, ogni forma di dialogo rischia di essere inconcludente, o di ridursi a dichiarazioni di principio sulla Shoah e sull’antisemitismo, fondate sulla retorica del mai più ma non finalizzate a costruire un cammino, anche solo in parte, comune e condiviso. Queste asimmetrie hanno a lungo pesato sulle sorti del dialogo, e peseranno finché non sarà avviato – si è augurato a margine lo stesso Laras – un processo virtuoso che ne cali verso il basso le istanze: chiese locali, parrocchie, cristiani feriali. E finché non si avrà il coraggio di porre sul tappeto gli interrogativi cruciali, tuttora inevasi: quale ruolo per il dialogo teologico? Quando potremo cominciare a discutere di Gesù di Nazaret, autentica pietra d’inciampo e unico vero nodo, a conti fatti? Perché va ricordato che non è plausibile stilare una storia del movimento del dialogo solo dai documenti di istituzioni ecclesiastiche e organismi ebraici, dimenticando che «i veri padri e le vere madri del dialogo sono, almeno da parte cristiana, semplici pastori, membri di ordini religiosi o monastici, uomini e donne, soldati e ufficiali di frontiera; sono loro che, dopo il 1945, hanno reso moralmente possibile un dialogo tra le Chiese e i teologi cristiani da una parte e i rappresentanti del popolo ebraico dall’altra» (M. Cunz).

Se il dialogo è il rischio del non ancora e dell’altrove, allora esso non nega le differenze e non le annulla; anzi, richiede le differenze e le mantiene, ma abbatte gli steccati e costruisce ponti sulle voragini che abbiamo scavato per separare noi dagli altri e gli altri da noi. Non rivendica diritti di verità (teologica o storica), né si arroga il diritto di determinare le scelte dell’altro, non rinfaccia né richiede nulla all’altro. Il dialogo è la cifra della carità, della speranza e della gratuità. E, infine, si fa in due: come il tango, recita il proverbio. Non è facile ballarlo, ma esistono corsi appositi e bisogna applicarsi di buona lena ogni giorno. Certo, l’importante è che poi i due ballerini scendano in pista, e dimostrino di avere la volontà di farcela. Come si è ripreso a fare, uscendo dalla metafora, il pomeriggio di domenica 17 gennaio al Tempio maggiore di Roma.

Brunetto Salvarani

Jesus n. 2 febbraio 2010 - Home Page